In questi giorni, mentre lavoravo al racconto di Pratolina e al percorso sull’inverno, mi sono fermata.
Non per programmare, non per pensare alla prossima attività.
Mi sono fermata davvero.
E mi sono resa conto di una cosa semplice, ma importante:
da una sola storia sono nati tantissimi percorsi.
E non perché io li abbia “cercati”, ma perché la storia ha avuto il tempo di vivere.
L’inverno non è stato solo l’inverno.
È diventato paura, attesa, calma, gioia.
È diventato ascolto, osservazione, tracce da seguire, versi da riconoscere.
È diventato dialogo, domande, silenzi.
E lì ho sentito che il mio lavoro era centrato.
Poi ho pensato alla scuola, a quella che viviamo ogni giorno.
A quante volte siamo travolte dalle ricorrenze, dalle “giornate di…”, dai tempi stretti.
E a quante volte, senza nemmeno accorgercene, rischiamo di fare attività che nascono e muoiono nello stesso giorno.
Un disegno, una scheda, un colore.
E poi via, si passa ad altro.
Ma dentro il bambino… cosa resta?
Io sento che resta poco, se non c’è un tempo per tornare, per riflettere, per collegare.
Resta l’idea che si fa qualcosa perché “oggi tocca”, non perché ha senso.
E questo, piano piano, educa più al consumo che alla consapevolezza.
Io credo invece che i bambini abbiano bisogno di altro.
Hanno bisogno di lentezza.
Di storie che accompagnano.
Di adulti che non hanno paura di fermarsi e di ascoltare insieme a loro.
Quando un bambino impara che anche la paura può essere attraversata,
che fermarsi e respirare aiuta a vedere meglio,
che una soluzione si trova con calma,
non stiamo insegnando solo una competenza.
Stiamo insegnando un modo di stare nel mondo.
Forse questa è la scuola che sento mia.
Non perfetta, non veloce, non sempre allineata alle mode.
Ma una scuola che costruisce, giorno dopo giorno, qualcosa che resta.
E ogni volta che me ne accorgo, mi sento grata.
Perché capisco che, nonostante tutto, sono esattamente dove volevo essere.
Maestra Marinica😘